La Processione

Processione Venerdì Santo


La processione, in ogni religione, è uno dei riti liturgici ove maggiormente si estrinseca la fede del credente e, la partecipazione ad essa,  è uno dei modi di attestare e manifestare il legame che unisce l’uomo alla Divinità, quasi verifica della propria fedeltà a Dio. 

E’ quindi un atto sentito e non mera ostentazione folkloristica, atto di fede e non esibizionismo di cui dobbiamo, quasi, provare disagio o insofferenza.

La processione nasce anche dalla necessità di manifestare agli altri, agli esclusi, la gioia della partecipazione al culto della Divinità e quindi, possiamo dire, diventa potente veicolo di diffusione della fede. Non dobbiamo, quindi, stupirci che ancora oggi si svolgano delle processioni né dobbiamo considerarle un reperto, quasi archeologico, di una religione fossilizzata. Nella religione Cristiana la processione viene accolta direttamente dalla liturgia del paganesimo, come del resto altre manifestazioni, naturalmente lo spirito che la anima è diverso e lontano da quelle dei Gentili.

Le prime processioni cristiane celebravano i divini uffici dei vescovi nella chiesa cattedrale, o le visite di questi alle tombe dei martiri nel giorno commemorativo del loro martirio, o il trasferimento di reliquie dei Santi. A Sorrento, nel secolo VIII, il vescovo si recava processionalmente con tutto il clero a venerare le reliquie di S. Bacolo in occasione della sua festa, tradizione rispettata fino al 1958.

Ancora oggi, in occasione della festa del Santo Patrono Antonino, la processione dalla Cattedrale alla Basilica del Santo ricalca questo antico rituale. In seguito, le più importanti processioni per la Chiesa Cattolica furono le Rogazioni, quella del Venerdì Santo e quella del Corpus Domini. La processione del Venerdì Santo aveva lo scopo di far rilevare ai fedeli il dolore della Chiesa per la Passione e Morte di Gesù.

La cerimonia di penitenza nelle strade della città si ripeteva nelle chiese con letture bibliche ed antiche preghiere, poiché in questo giorno liturgico non vi era azione sacrificale, e, dopo l'adorazione della Croce, i fedeli ricevevano la comunione durante la "Messa dei Presantificati", ovvero la messa celebrata con le ostie consacrate il Giovedì Santo. Già nel 1300, a Sorrento, si ha notizia che alcune confraternite laicali, il Giovedì Santo, "assaccate e con i lumi accesi" si recavano per la visita dei "Sepolcri" allestiti nelle diverse chiese ove, dopo l'adorazione all'Eucarestia, venivano tenuti dei sermoni di circostanza. In seguito, ma non sappiamo con certezza quando, comparve anche il simulacro del Cristo Morto, e grazie anche all'influenza dei Vicerè Spagnoli, regnanti nel Napoletano, furono aggiunti successivamente, gli strumenti della passione, come il sudario, la colonna, i chiodi, la corona di spine ed altri simboli con il preciso scopo di far meditare sia gli incappucciati che il popolo sulle sofferenze patite da Cristo.

Questo nuovo genere di processioni era stato importato dalla Spagna nel sec. XVI e venne molto propagandato, nel Regno di Napoli, dai Padri Gesuiti. L'impiego della tromba, di catene e flagelli, si ricollega alle descrizioni, fatte dagli scrittori napoletani del Seicento, delle processioni dette appunto "degli Spagnoli". 

In un manoscritto del 1650 è riportato che durante tutti i venerdì di Quaresima molta gente accorreva nella Chiesa di S. Catello per assistere allo scoprimento del simulacro del Cristo Morto. 

In seguito, verso il 1700, alla processione del venerdì sera incominciarono ad intervenire anche i frati del convento di S. Francesco, a quel tempo numerosi. Ad essi, in seguito, si unirono il Seminario, il Clero ed il Capitolo della Cattedrale. Fu durante questi anni che i confratelli della Morte cominciarono a portare in processione anche il simulacro della Madonna Addolorata.

Poiché con l'andare del tempo la processione del Venerdì Santo aveva assunto per i Sorrentini grande importanza, quando vennero meno i monaci di San Francesco, espulsi nel 1806 dal convento per ordine del Giuseppe Bonaparte - Re di Napoli, i confratelli pensarono di invitare a parteciparvi anche persone estranee alla confraternita, invito che ancora oggi viene mantenuto.

Bisogna dire che, durante tutti questi secoli, la processione ha avuto anche il benemerito compito di spronare i fedeli, ma soprattutto i confratelli, ad opere di carità cristiana e di profonda pietà. Durante questi quattro secoli solo nel 1876, con il pretesto che si turbava l'ordine pubblico, l'autorità prefettizia negò il permesso per lo svolgimento della processione del Cristo Morto, fatto che produsse tanto malcontento tra la popolazione da indurre l'anno dopo le autorità a concedere nuovamente il permesso. Questo sta a significare come i Sorrentini siano stati e sono, attaccati alla loro processione. 

A questo punto è utile spiegare come si svolge la processione, ciò che si vede e cosa liturgicamente significa. Se i partecipanti alla processione sono tutti incappucciati, la ragione va ricercata nell'essenza stessa dell'atto che si compie. Atto che annulla la parvenza fisica e i connotati soggettivi in favore della spiritualità umana che egalitariamente si presenta e si manifesta nella processione come momento espiatorio. La scomparsa della figura umana aiuta altresì ad una più diretta e meno distratta partecipazione anche da parte dei fedeli osservatori che pongono la loro attenzione non sui singoli partecipanti ma sul  ruolo che ciascuno di essi impersona. Il folto e suggestivo coro polifonico del "Miserere" rappresenta il popolo che, con le parole penitenziali del salmo di Davide, implora il perdono delle proprie colpe. Per antica tradizione, alla processione partecipa il Clero ed il Capitolo della Cattedrale, per significare che l'atto penitenziale non coinvolge solo i laici ma anche i religiosi. Alla miracolosa immagine del Cristo Morto segue la statua della Madonna Addolorata, simbolo visibile della Madre che piange il Figlio Morto.

La processione viene chiusa dai confratelli e dai Governatori dell'antica Arciconfraternta. 

Ci corre l’obbligo di ricordare il concetto espresso dal  S. Padre Paolo VI, durante un’udienza  ad un gruppo di Vescovi del nord Italia, ai quali  raccomandò di "dare la dovuta importanza alle tradizioni locali, di curarle e difenderle, perché esse costituiscono un prezioso patrimonio religioso e culturale ed offrono alla fede un radicamento sociale che ne facilita la permanenza e la trasmissione".

 

A cura di Pasquale Ferraiuolo